Io sono un appassionato di frutta. Non ne mangio mai perché sono pigro, si deve lavare, sbucciare, si macchia la tovaglia. Anzi no, più che di frutta sono un appassionato di ricordi di frutta. Quella che mangiavamo da bambini, soprattutto d’estate, a metà pomeriggio, magari fresca di frigo e succosa, profumata. Lo sapete, non è solo che invecchiando i ricordi di infanzia si arricchiscono di sensazioni che magari allora non c’erano proprio, lo sapete, la frutta di oggi non è la frutta di allora.

Non sarà un'immagine un po' forte?

Quand’ero piccolo andavamo in vacanza al Villaggio Marzotto di Jesolo. In un’area che le suore raccontavano era “infestata di tartarughe e di vipere fino a pochi anni fa”. Lì mio padre faceva il pediatra per tutti i bambini ospiti della colonia estiva e noi, la famiglia, eravamo ospitati al seguito. La sera si dormiva in stanzoni poveri coi letti di ferro verniciati di verde pastello. Nel piccolo bagno un piccolo cartello dietro la porta ammoniva “Ogni cosa al suo posto, ogni posto per sua cosa”. Le suore imperavano, però la domenica ci portavano una pallina di gelato alla nocciola a fine pranzo. In spiaggia il megafono ogni tanto chiamava mio papà: “Il dottor Drago è desiderato in infermeria!”, lo ripeteva più volte finché mio padre si infilava i pantaloni sopra al boxer di lana nera gocciolante che era il suo costume da bagno e correva.
Di solito per punture di pesce ragno, nel piede di qualche sfortunato bambino. Piede gonfio, piede gigantemente gonfio, dolori fortissimi, raccontava mio padre (Wikipedia: “si dice che i pescatori che si pungevano in antichità venissero legati per evitare che si uccidessero buttandosi a mare“). Io, noi di famiglia, mai stati punti dal pesce ragno (Trachinus araneus, la tracìna).

La sera si andava a letto prestissimo, l’altoparlante suonava il coprifuoco, alle 21.30 tutti in camera, alle 20 tutto spento. L’afa era opprimente e l’acqua del rubinetto era imbevibile non so se perché “scarsamente potabile” o perché era troppo calda. Allora la mamma dava ad ognuno di noi cinque fratelli una pesca bianca. Una meravigliosa, succulenta, gocciolante, dolce, profumata, ENORME pesca bianca. Mi tramortiva, il primo psicofarmaco della mia vita, se ci penso.

Il Villaggio Marzotto esiste ancora anche se è molto cambiato, scopro in Google, ha anche un sito http://www.villaggiomarzotto.it/. Beh, bene.

Poi è successo quello che tutti noi conosciamo bene. Sono arrivate le pesche gialle (dall’America, dicono) “Che bella questa pesca. È giallissima!”, poi pesche senza pelo, le nettarine, ma all’inizio si chiamavano pesche-noci – i fruttivendoli, che giurano sempre sugli incroci più abominevoli, giuravano che fossero un incrocio tra le pesche e le noci, ma in città le noci non le mai viste nessuno col mallo allora il nome non funzionava, “nettarine” hanno decretato, “nettarine, si venderanno meglio”. E poi le nettarine sono diventate perfettamente sferiche o addirittura un po’ oblunghe, mai più come prima, monocromatiche e sovraccolorate, in pratica con la buccia completamente rossa. Le nettarine, e le pesche gialle in generale, si conservano molto più a lungo delle pesche bianche, così arrivano al supermercato ancora crude, dure come se fossero peri crudi. Dicono che la potatura delle piante sia molto più rapida, “non più basata sulla spuntatura, bensì sul diradamento dei rami misti, rendendo tale operazione più rapida e meno costosa rispetto agli impianti tradizionali”. La gente apprezza e se non apprezza si adegua a mangiare pesche insapori, senza succo, senza forma, aspre, dure, inodori. Quando marciscono non fanno la muffa, raggrinziscono in silenzio, si restringono diventando come gomma.

E allora da dove spuntano le platicarpe (“saturnine”, “tabacchiere”) che sto mangiando stasera? Perché delle pesche morbide, pelose, piatte, deformi, fragili e deteriorabili, bianche, dolci e profumate sul mercato padovano? La rivolta del consumatore?

Corre voce che siano frutto del diavolo: organismi geneticamente modificati. Qualcuno dice che si tratti di antiche varietà cinesi acclimatate sulle pendici dell’Etna. Propendo di più per questa seconda ipotesi.
Chi mi sa dire qualcosa? Gineve, ne sai qualcosa?

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