Gennaio 2009


appena usciti, accanto alla polenta

appena usciti, accanto alla polenta

Ingredienti per quattro persone

  • due piccioni

  • polenta avanzata del giorno prima

  • uno spicchio d’aglio

  • olio di oliva

  • una spruzzata di vino bianco

  • rosmarino e salvia

  • sale e pepe

Tempo di cottura: un’ora e un quarto circa

Togliere dai piccioni eventuali residui di piume. Eliminare le punte delle ali e le zampe fino all’attaccatura delle cosce. Dimezzarli con una mannaia o un coltello robusto. Disporre in un vassoio metallico piuttosto stretto. Distribuire l’aglio in fettine, aggiungere le erbe aromatiche spezzettate, salare, pepare, aggiungere un po’ d’olio e bagnare con il vino bianco. Ungere perfettamente le mezzene con un pennello da cucina e infornare a 180°C. Durante la cottura pennellare con il liquido che si forma sul fondo per evitare che la carne e la pelle si secchino. Proseguire fino all’imbrunimento della pelle. Arrostire nel frattempo la polenta dopo averla tagliata a fette. Disponetela sulla piastra rovente della stufa economica e girate le fette una sola volta. Servire i piccioni con la polenta ed un po’ del loro liquido di cottura. Quest’ultimo, se troppo abbondante, alla fine può essere ristretto, sempre sopra la piastra della stufa.

E’ un piatto molto buono, per il sapore un po’ da uccello selvatico dei piccioni e per l’olio di cottura delizioso, da raccogliere interamente con la polenta. Un tempo l’abitudine di allevare piccioni da carne era piuttosto diffusa in campagna. Io da bambino tenevo alcune coppie di piccioni da carne. Avevo ottenuto il permesso speciale dai miei genitori per farlo. Li tenevo in casette di tavole con la porta ad arco, molto carine, che mi costruivo da solo. I piccioni volando o comunque agitandosi molto, sprecano energie, mangiano tantissimo in proporzione alla loro produzione di proteine. Rispetto ad un pollo, per fare un esempio. Bisogna tenere in considerazione però che spesso si alimentano distante dal luogo dove vengono allevati, magari sul campo del vicino e quindi gratis!

Troverete ricette un po’ più complesse di questa in:

“Cucina Padovana” curato da Piero de Franceschi ed. Terra Ferma Vicenza 2008

“A tola co i nostri veci” La cucina veneziana. Mariù Salvatori de Zuliani FrancoAngeli Milano 1998

Il secondo testo, quello della Salvatori, contiene interessanti e curiose precisazioni. Si raccomanda ad esempio di ricorrere a colombi foresti, ovvero di non mangiarsi quelli di piazza San Marco. Le città sembrano avere una sorta di atavico rispetto per questi volatili. Lo dimostra anche una superstizione popolare diffusa, secondo la quale cibarsene porta una <<malignasa scalogna>>.

Nel resto della terraferma le cose cambiano decisamente e si trovano ovunque ricette di prelibatezze a base di piccione: Toresani de Braganse, sopa coada ecc. Il termine “toresano” deriva dal luogo dove venivano allevati e catturati prima dell’involo i giovani esemplari: la torre, edificio rurale abbastanza diffuso nella tradizione veneta di pianura. Coada da “covata”: cottura eseguita mediante sobbollimento lento, fino ad esaurimento quasi totale del liquido di cottura.

Sempre in tema di precisazioni, per non fare confusione, andrebbero distinti i piccioni da allevamento, di cui esistono diverse razze selezionate, da quelli selvatici, i colombacci, uccelli che non amano avvicinarsi alle case e che ci piace pensare liberi, distanti dai nostri forni caldi e dalle doppiette dei cacciatori.

Infine un detto, tratto sempre da “A tola co i nostri veci”: <<mese de agosto colombo, rosto!>>

Col brodo avanzato dalla Crema di cannellini con scorfano al timo (diventato ormai una splendida gelatina) e l’aggiunta di qualche ingrediente ecco fatta una zuppa per il pranzo di oggi. Per questa volta vi risparmio la ricetta.

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Quando mangio qualcosa di speciale al ristorante mi piace provare a ricreare la ricetta anche senza conoscerne i dettagli. Siccome ieri a pranzo ho mangiato uno di questi piatti speciali al Caffè Cavour, tornando a casa mi sono fermato a comperare gli ingredienti necessari: dei fagioli cannellini in scatola alla Coop (meglio sarebbe avere dei cannellini secchi e cuocerli come si deve), un bello scorfano rosso alla pescheria Barbieri in via Zabarella ed una piantina di timo dall’intenso profumo in Piazza della Frutta.
Il menù del Caffè Cavour diceva “Crema di fagioli bianchi con scorfano saltati al timo”. Forse i fagioli non erano cannellini, ma che so, bianchi di Spagna, non importa, ma è quel “saltati” dopo lo scorfano che si prestava a diverse interpretazioni:

  1. a “saltare” erano stati i cannellini
  2. avevano saltato entrambi, fagioli e scorfano
  3. era un semplice refuso, un errore di battitura, e a saltare era stato solo lo scorfano

Ho optato per l’ultima ipotesi e ieri sera, per cena, ho tentato la ricostruzione.

Vi raccomando questo piatto, pur nella mia reinterpretata versione, perché l’accostamento dei sapori è veramente ben riuscito, armonioso e delicato.

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Ingredienti (per 4 persone):

  • 1/2 kg di fagioli cannellini già cotti
  • uno scorfano rosso di dimensioni medio-piccole (600-800 g)
  • 5-6 rametti di timo fresco
  • una foglia di alloro
  • una manciatina di pancetta affumicata tagliata a striscioline
  • un filo d’olio
  • una noce di burro
  • sale e pepe
  • crostini di pane

Preparate lo scorfano con molta attenzione, squamatelo e soprattutto eliminate le spine velenose della pinna dorsale evitando di ferirvi. Attenti anche alle punte sulle branchie. L’ideale sarebbe proteggere le mani con un canovaccio (vedi riquadro de La Cucina Italiana).

Mettetelo in acqua bollente salata, aggiungete la foglia di alloro e lasciate cuocere per 5 minuti, non di più altrimenti la carne si disfa. Estraetelo dalla pentola senza buttare l’acqua, staccatene i due filetti come riuscite (non è facile, alcuni pezzi di carne inevitabilmente si romperanno, ma non ha importanza) e rimettete la testa, la pelle e le lische a bollire. In pratica con gli scarti del pesce farete un rudimentale fumetto di pesce che vi servirà per allungare la crema di fagioli arricchendola di aroma.

Rimuovete con pazienza qualsiasi lisca fosse rimasta nei filetti.

Passate i cannellini al passaverdura con le maglie più fini e fate cuocere lentamente la crema ottenuta allungandola con qualche mestolo di fumetto di pesce filtrato.

Intanto saltate in padella, con un po’ d’olio ed una noce di burro, i filetti (o meglio pezzetti, a questo punto) di scorfano con la pancetta ed i rametti di timo. 5 minuti, non di più, e comunque finché tutta la carne è diventata opaca.

Distribuite la crema, ben calda, nei piatti e versatevi sopra una cucchiaiata o due del pesce saltato. Guarnite con crostini di pane. Pepe e olio crudo, a piacere.

Il brodo di scorfano avanzato può essere filtrato e messo da parte per qualche altra preparazione.

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Ecco qualcosa di cui un buongustaio non può fare a meno:
Posateria

Della posateria portatile per mangiare quando si vuole!

P.S. Scusate se uso il blog per fare pubblicità ai miei disegni. Forse però questo sarà il primo e anche l’ultimo che metterò.

A grande richiesta ecco la ricetta del radicchio in marinata, che tanto successo ha riscosso a Natale e all’ultimo dell’anno. Si tratta di una ricetta della Trattoria A la Becasse di Follina (TV) che abbiamo trovato nel libro Ricette di Osterie d’Italia edito da Slow Food.

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Ecco gli ingredienti per 4 persone:

  • 4 cespi di radicchio di Treviso
  • 6 foglie di alloro
  • 10 bacche di ginepro
  • 2 dl di aceto
  • un bicchiere di olio extravergine di oliva
  • sale

Mettere a bollire in una casseruola con mezzo litro d’acqua (a noi mezzo litro sembrava troppo poco e quindi abbiamo messo un litro e mezzo d’acqua) l’aceto, il sale, le foglie d’alloro e le bacche di ginepro. Quando il preparato bolle, immergetevi per tre-quattro minuti il radicchio pulito e tagliato a metà. Stendetelo su uno straccio a raffreddare, poi disponetelo in una terrina bassa con gli aromi rimasti e copritelo con l’olio. Servire il giorno dopo.

Si tratta di una ricetta facile e di grande effetto, offre il vantaggio che può – anzi deve – essere preparata prima. Alla trattoria citata il radicchio “in carpione” viene servito con la sopressa (rigorosamente con una p sola). Peccato, non ho per ora nemmeno una foto.

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